Single Post

(ll dopo referendum, il patrimonio di fiducia da non disperdere e le azioni future dell'Anm sono stati i temi dell'Assemblea dell'Associazione Magistrati nell'Aula magna della Cassazione il 16 maggio 2026.
A seguire il testo dell'intervento di Franco Moretti, presidente della Camera Forense per la Costituzione. Sul canale YouTube di ANM il video.
)

Buongiorno a Tutte e a Tutti e molte grazie per questo invito, che rinnova la soddisfazione per un’esperienza referendaria che è andata al di là delle migliori previsioni, perché ha ristabilito un dialogo virtuoso tra magistratura e avvocatura nel rispetto, credo, delle esigenze di ciascuno e senza reciproche indulgenze.

Chi vede l’avvocatura del trascorso Comitato Avvocati per il No, trasformatosi ora in Camera Forense per la Costituzione, come un’avvocatura che strizzerebbe l’occhio ai magistrati (così hanno detto alcuni) o come un’avvocatura che addirittura sarebbe affetta da Sindrome di Stoccolma (così hanno detto altri), dove Voi sareste i carnefici e noi le vittime soddisfatte e compiacenti, non ha capito assolutamente nulla. Può sicuramente accadere che rispetto a qualcosa di nuovo non si capisca tutto e subito; ciò che non deve e non dovrà accadere però è che ci sia indisponibilità a capire, perché quello significherebbe non ragionare in termini sereni e laici. Significherebbe non voler rinunciare a una narrazione secondo la quale il rapporto tra magistrati e avvocati deve essere per forza oppositivo (cosa nella quale noi non crediamo). Si può essere non-oppositivi anche essendo in totale disaccordo. L’opposizione per principio è un’altra cosa: è l’espressione di un atteggiamento ideologico che vede l’altro come nemico. Questo per me non è solo sbagliato, è dannoso.

Dicevo, Camera Forense per la Costituzione. È un’associazione che abbiamo costituito il 21 aprile scorso e che ha raccolto l’eredità umana e ideale del Comitato Avvocati per il No.

Ci è stato obiettato che noi vogliamo mettere la bandierina sulla Costituzione, che invece è di tutti. Lo sappiamo benissimo che è di tutti ma sappiamo anche che è stata messa sotto grave attacco.

Noi infatti abbiamo vissuto l’esperienza della riforma oggetto di referendum come un attacco alla Costituzione, un attacco che è arrivato fino alle mura di questo meraviglioso castello che è la nostra Carta. E quando un castello fortificato subisce un attacco pesante ne vanno rafforzate le mura di protezione. Ecco, noi crediamo che la nostra Camera sia un piccolo tassello per contribuire con umiltà ma anche con convinzione a rafforzare queste mura, attraverso un presidio che contribuisca a tutelare la Costituzione con un monitoraggio costante e preventivo della produzione normativa in materia di giustizia e con una tempestiva mobilitazione contro ciò che di quella produzione non va già nel corso della sua approvazione, forti di una capacità di partecipazione dal basso che abbiamo affinato nei mesi scorsi con i nostri Comitati e che non esiteremo a riattivare in caso di necessità.

Questo significa fare politica? Si, significa fare politica, ma nel senso greco del termine; quella politica (poco praticata purtroppo) di cui, chi la fa, deve andare fiero e che anzi tutti dovrebbero fare, perché è la più alta e nobile espressione della cittadinanza, che in democrazia non è solo uno status, ma uno status da esercitare. Anche gli avvocati e i magistrati che si sono schierati per il Si hanno fatto politica, secondo me sbagliata ma l’hanno fatta, nello stesso senso del termine.

Rispettare la Costituzione significa anche rispettare l’esito referendario. Lo dico perché non ci sono sfuggite certe malcelate intenzioni di arrivare alla separazione delle carriere per legge ordinaria, come se la sua fattibilità tecnica (che noi stessi avevamo riconosciuto durante la campagna referendaria) comportasse ora anche la sua legittimità sostanziale.

Rispettare il No alla separazione delle carriere che è stato dichiarato dagli elettori impone, se non vogliamo mettere in discussione la sovranità popolare sancita dall’articolo 1 della Carta, di prenderne atto e di lavorare in direzione del tutto diversa, per riformare la giustizia nel reale interesse dei cittadini. Perché con il No, i cittadini hanno inteso dire che le riforme che li interessano e che vogliono non sono quelle. Ne dobbiamo prendere atto, perché la giustizia esiste per loro.

Se per tutti noi una giustizia che non funziona ha l’effetto di farci lavorare male e con frustrazione, per loro comporta il mancato riconoscimento di diritti: è un effetto molto diverso e ben più grave, evidentemente, che personalmente credo meriti più rispetto delle nostre frustrazioni.

Mentre i politici e i tecnici parlano di riforme, le persone si sfogano nei nostri studi legali per una giustizia che non arriva e noi avvocati troppo spesso dobbiamo associare al nostro compito tecnico anche un’opera di consolazione umana.

Ho la certezza che non sia colpa nostra, dove nel termine nostra ricomprendo noi e Voi, ma del sistema che conosciamo e delle risorse finanziarie e umane che non arrivano. I soldi del PNRR per ora vogliono dire una cosa sola: debito.

Troppo spesso le riforme hanno l’effetto di farci rimpiangere quello che avevamo prima. Questo a mio avviso accade anche perché non si tiene conto, nel farle, delle valutazioni e dei suggerimenti di chi la giustizia la amministra: Voi e noi.

Personalmente credo che sia indispensabile che magistratura e avvocatura si incontrino con periodicità stabile creando dei pensatoi comuni (passatemi il termine inelegante) in cui ragionare insieme in prospettiva riformatrice, per poi trasmettere i risultati al legislatore. Risultati che possono non essere tra noi reciprocamente condivisi ma che, anche se divergenti, saranno senz’altro una fonte di arricchimento. Credo anche che a questi pensatoi dovrebbe essere ammessa ogni tanto, attraverso delle audizioni, la società civile, i destinatari principali, cioè, delle disfunzioni della giustizia, affinché ci illuminino su ciò che per loro non va e su ciò di cui hanno realmente bisogno.

La giustizia è fatta per loro, non per chi la amministra, non per Voi e non per noi.

Va poi tenuto presente che migliorare la giustizia non significa solo renderla rapida. L’efficienza non è solo rapidità. Efficienza significa risposta effettiva alle istanze di giustizia delle persone oppure, ad esempio e per stare alla sede penale (quella di mia competenza), significa attribuire al difensore poteri ben maggiori ed effettivi (a partire da quelli investigativi) nella fase delle indagini preliminari.

In quella fase oggi il difensore è poco più di un convitato di pietra che ben poco può contribuire al convincimento del PM e del GIP, alla tutela del proprio assistito e dunque a una definizione anticipata di procedimenti riguardanti notizie di reato infondate.

L’art. 111 Cost. non si attua con la separazione delle carriere (che piuttosto avrebbe rafforzato un PM già molto forte) ma attribuendo più poteri al difensore penale e lo stesso vale per l’art. 24.

Per tutto questo non bastano le risorse finanziarie e umane. Servono norme. Su queste norme c’è molto da fare ma le soluzioni ci sono.

Questa, secondo me, è la prospettiva alla quale dobbiamo guardare in chiave di riforma. E sono certo che ce la potremo fare.

Vi ringrazio molto e Vi auguro un buon lavoro.